Danilo&Patrizia: un paradiso sulla tangenziale bolognese.

Avete presente quei viaggi che, per quante ne vanno storte, sembrano sfigati e fuori da ogni grazia? Ecco, il mio ultimo viaggio è partito proprio così: sotto una stella stronza.

Destinazione: Bologna.

Motivo: concerto Iron Maiden, 2 giugno 2014.

Sfighe: aereo soppresso, mezzi pubblici in sciopero, tessera magnetica dell’hotel smagnetizzata, hotel a Bologna allagato… ne volete altre? Ok, vi accontento: trolley rotto poco dopo l’imbarco.  Ma siccome non tutti i mali vengono per nuocere, c’è sempre un lato positivo, e in questo caso la sfiga ha giocato dalla mia parte. Ma andiamo con ordine.

Tre giorni prima della partenza ci contattano dall’hotel che avevamo prenotato a Bologna, vicino all’Arena Joe Strummer, location del concerto degli Iron Maiden. Il problema? Allagamento dell’hotel. Ci propongono quindi una soluzione alternativa, che noi accettiamo all’istante: il Savoia Country House, sempre vicino all’Arena.  Quello che poteva crearci un disagio si è trasformato, invece, in una grande fortuna. L’hotel, infatti, è particolarmente carino e curato, una piccola oasi verde vicino all’autostrada, costruito sui resti di un borgo colonico del ‘700, di cui mantiene il fascino e la rusticità.

Savoia Country House

Savoia Country House

Il Savoia Country House sorge a pochi metri dal Savoia Hotel Regency, un 4 stelle (sup.) dall’aspetto imponente ed elegante.

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Savoia Hotel Regency

Prosecco a bordo piscina, Savoia Hotel Regency

Prosecco a bordo piscina, Savoia Hotel Regency

Grazie a questo inconveniente abbiamo scoperto una piccola perla gastronomica, situata di fronte all’hotel Contry House: la locanda tipica bolognese “Danilo&Patrizia”.

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Il ristorante “Danilo&Patrizia”

Dopo un aperitivo a bordo piscina, rigorosamente prosecco, abbiamo pranzato da Danilo&Patrizia, ed è stato subito amore: il locale non troppo grande e ben curato, con una veranda esterna che si affaccia su un verde talmente fitto che ci si dimentica in fretta di essere accanto all’autostrada, i proprietari ottimi “padroni di casa”, attenti e premurosi, la pasta fresca deliziosa e il lambrusco schietto e sincero.

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Sala interna del ristorante “Danilo&Patrizia”

Danilo, uno dei titolari, ci consiglia di assaggiare alcuni tipi di pasta fresca della casa e noi ci fidiamo ciecamente. Prima della pasta, però, un antipastino leggero e sfizioso: insalata di farro, manzo con aceto balsamico e crema di salmone.

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Antipasto

Come promesso, Danilo ci porta un tris di pasta fresca: pappardelle ai funghi porcini, tortelli rossi al tartufo, ripieni di bufala e squacquerone e tortellini in brodo saltati in padella con una spolverata di tartufo. Una scelta perfetta, anche perché ho sempre mangiato i tortellini e le pappardelle comprate al supermercato, e vi assicuro che il risultato finale è decisamente diverso!

Assaggio di primi, pasta fresca

Assaggio di primi, pasta fresca

Sempre su consiglio di Danilo abbiamo accompagnato il pranzo con un Lambrusco Ariola “Calicella”: colore rosso con i riflessi violacei, fruttato e frizzante al punto giusto, perfetto per accompagnare primi piatti saporiti e complessi.

Lambrusco Ariola, Calicella

Dopo un primo così abbondante abbiamo deciso di passare direttamente al dolce e questa volta il consiglio arriva da Patrizia: una torta di riso e un saccottino di pere e cioccolato. La torta di riso era soffice e gustosa,  il fagottino di pere e cioccolato sfizioso, delicato e decisamente equilibrato nei sapori. Il fagotto croccante al cioccolato amaro si sposa perfettamente con il ripieno di pere, morbido e dolce.

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Torta di riso

Saccottino di pere e cioccolato

Fagottino di pere e cioccolato

Alla richiesta di un passito da abbinare ai dolci Danilo ci stupisce con una bottiglia che lui stesso definisce “introvabile”: Domus Aurea, dell’azienda Ferrucci. Dorato con sfumature ambrate, complesso e persistente, con sentori di uva sultanina, miele e albicocca, leggermente agrumato: non ho resistito e ho fatto il bis!

Passito Domus Aurea, Ferrucci

Passito Domus Aurea, Ferrucci

Come terminare un pranzo così ricco, se non con un nocino? Lo ammetto (ma forse l’avete già capito) ho un debole per questo liquore denso, caldo, dal colore bruno e dai sentori di noce intensi. Ne farei scorta.

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Nocino delle streghe

E alla fine ce l’ho fatta, ho “rapito” Danilo per qualche minuto e sono riuscita a strappargli una foto!

Io e Danilo

Io e Danilo

Se passate in zona Arena Joe Strummer  vi consiglio vivamente il ristorante “Danilo&Patrizia“: io non vedo l’ora di tornarci!

Contatti:

Ristorante “Danilo&Patrizia”, via del Pilastro 1, all’interno del giardino dell’Hotel Savoia.

Tel: 051 6332534 – 349 6207896

Email: lillopatrizia@gmail.com

Sito: http://www.ristorantedaniloepatrizia.com/

Come arrivare: uscita 9 Tangenziale di Bologna – San Donato.

 

Insalata di farro: un piatto fresco e leggero.

Finalmente è arrivata l’estate e anche la nostra cucina cambia e si adegua alle temperature più alte. Un piatto che non avevo mai provato ma che, oltre ad essere “fresco” è anche veloce, è l’insalata di farro. L’ho preparata, in meno di 30 minuti, ieri pomeriggio, l’ho messa in frigo e l’ho mangiata oggi a pranzo durante una scampagnata sul Monte Limbara (che non è stata  una semplice scampagnata ma un Laboratorio di Scrittura Creativa).
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Ingredienti:

– Farro
– Pomodorini
– Mozzarella
– Basilico
– Olive
– Olio extravergine d’oliva
– Sale

Procedimento:

Fate bollire in abbondante acqua salata il farro, per circa 18 minuti. Se il farro è “perlato”, cioè senza la buccia, basteranno anche 10 minuti. Trovate il farro in qualsiasi supermercato, accanto al riso.
Quando è cotto (levatelo dal fuoco “al dente”) scolatelo e poi lasciatelo raffreddare sotto l’acqua fredda, per bloccare la cottura. Lasciate sgocciolare per 10 minuti.
Nel frattempo preparate il condimento:
tagliate i pomodorini (in quattro), la mozzarella (a cubetti), le olive (a rondelle) e il basilico. Condite tutto con olio extravergine d’oliva e sale in un contenitore capiente. Unite il farro e mescolate bene. Mettete il tutto in frigo e lasciate riposare per almeno un paio d’ore.
La vostra insalata di farro è pronta!

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Emilia Romagna: vi svelo perché amo la terra del lambrusco.

Sono passati quattro anni dalla mia prima volta a Parma, e da quella volta non ho più smesso di andarci. Quando ho necessità di ricaricare le batterie, questa è la mia meta preferita. Perché? Prima di tutto perché in quella meravigliosa terra ho delle amiche e degli amici fantastici, che per qualche giorno “fungono” da vero e proprio anti-stress: le risate, le lunghe passeggiate al Parco Ducale e nel lungo Parma, le confidenze e  il loro sostegno sempre e comunque, valgono più di ogni altro diversivo. Se questo non bastasse, aggiungo le bellezze artistiche della città: la cattedrale di Santa Maria Assunta, in stile romanico, il Battistero, la Camera di San Paolo affrescata dal Correggio e, dulcis in fundo, il Teatro Farnese.

Il Battistero

Il Battistero

Teatro Farnese

Teatro Farnese

Ricapitolando: amicizia, arte e cultura. Manca qualcosa? Sì, una delle caratteristiche principali dell’intera regione: l’enogastronomia. Perché è vero che la mia regione, la Sardegna, è molto fortunata da questo punto di vista, però ogni volta mi stupisco di fronte ai salumi emiliani e ai loro primi piatti: imbattibili.

Nella tradizione parmigiana troviamo in pole position la Torta fritta, che si mangia con i salumi tipici della zona: il prosciutto crudo di Parma, il cotto, il culatello di Zibello e il salame di Felino. Come si mangia la torta fritta? Semplice: bisogna imbottire il triangolo fritto con i salumi. Dimenticatevi, quindi il pane, non ne avrete bisogno.

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Torta fritta e salumi

Per quanto riguarda i primi piatti, generalmente mangio sempre i tortelli. I più quotati a Parma sono: tortelli d’erbetta, di carciofi e di zucca, conditi semplicemente con burro e parmigiano. Io non amo particolarmente i tortelli di zucca, hanno un sapore troppo dolce per i miei gusti, ma gli altri li adoro!

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Tortelli di erbetta, carciofi e zucca.

Quando arrivo a questo punto del pranzo il mio pensiero è: ok, Luana, fermati. E invece no, mica si può rinunciare al dolce! Quindi uno spazietto per la Sbisolona, una torta friabile, che si sbriciola (da questa caratteristica deriva, appunto, il nome), si trova sempre!

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Torta Sbrisolona

Naturalmente durante il pranzo non abbiamo bevuto solo acqua, in questi casi la bottiglia di Lambrusco è d’obbligo! Prima di tutto perché è un abbinamento tipico e territoriale, e poi perché le bollicine discrete del Lambrusco si sposano felicemente con i cibi grassi e oleosi come i salumi e i tortelli.

E voi, siete mai stati in Emilia Romagna? Qual è la vostra città preferita? E soprattutto, dove e cosa mangiate quando ci andate? A voi la parola!

Un pranzo al ristorante Liberty a Sassari

Sabato 26 Aprile sono andata a pranzo al ristorante Liberty, a Sassari. Ho sempre amato questo ristorante per svariati motivi: la cucina raffinata e ricercata, la cura e l’eleganza della sala e l’amicizia che mi lega allo chef Giacomo Pulino, l’anima di questo locale.

In questo articolo vi racconterò, pasto dopo pasto, tutti i piatti che ho gustato, a partire dagli antipasti sino al dolce, il top del pranzo.

Per iniziare, un entrée: insalatina di ceci e orzo con tocchetti di gamberi.

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Il secondo piatto degli antipasti era composto da:  bocconi, cozze gratinate e polpo alla brace su crema di patate.

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Ancora tra gli antipasti abbiamo le polpettine di calamaro, lo spiedino di orata con guanciale e una sardina in carrozza con dolcesardo e menta.

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Abbiamo chiuso gli antipasti con qualche ostrica, molto saporita.

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Sono rimasta particolarmente colpita dalla sardina in carrozza abbinata al dolcesardo, un formaggio a pasta molle bianca tipico della nostra terra: il sapore delicato e dolce del formaggio ha “alleggerito” la sapidità della sardina, che io non amo molto. In questo modo, invece, sono riuscita a divorarla in due minuti!

Per quanto riguarda i primi ho ordinato una carbonara di mare al caffè: originale e gustosa. La porzione che vedete nella foto è “una in due”, quindi una mezza porzione che però è decisamente abbondante. Figuriamoci una porzione intera!

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Per secondo lo chef ci ha preparato un cappone “all’acqua pazza” con patate e pomodorini. Acqua pazza è un metodo di cottura del pesce che in origine prevedeva l’utilizzo dell’acqua di mare, probabilmente perché, a fine ottocento, il costo del dazio sul sale era molto alto. Oggi, naturalmente, non si utilizza più l’acqua di mare, ma il nome particolare viene sempre utilizzato.

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Ed eccoci al dessert: tortino di pistacchio su crema al mojito. Il cuore del tortino era morbido e caldo, l’esterno croccante, la crema al mojito fresca: il contrasto tra il caldo e freddo, morbido e croccante, unito all’aroma del pistacchio e del mojito ha fatto impazzire le mie papille gustative! Se dovessi dare un voto sarebbe sicuramente un 10 e lode.

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Il vino che ho scelto per accompagnare il pranzo è un Sauvignon Kellerei Kaltern, della Cantina di Caldaro, Alto Adige.

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Costo del pranzo? € 45,00 a testa, caffè e digestivi e aperitivo compresi: rapporto qualità-prezzo decisamente equilibrato.

Complimenti allo chef Giacomo Pulino, che riesce sempre a trasformare un pranzo in un evento speciale.

Nuova ricetta con i prodotti “Venatura”: stufato al pepe verde con confettura di cipolle.

Quando ho assaggiato per la prima volta la confettura di cipolle dell’azienda Venatura, ho pensato subito ai possibili abbinamenti. Giusi, la proprietaria dell’azienda, mi ha rivelato che la utilizza spesso con la carne bollita, io, invece, ho pensato allo stufato. Però, come contrastare il dolce della confettura? Allora mi è venuta l’idea di provare con le spezie: ecco come nasce lo stufato al pepe verde e confettura di cipolle.

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INGREDIENTI:

1 vasetto di confettura di cipolle “Venatura”

1 carota

1 sedano

1 cipolla

700 gr. di vitello a cubetti

farina

olio extravergine d’oliva

pepe verde (in grani)

pepe nero (in polvere)

brodo di carne

PROCEDIMENTO:

Lavate e tagliate a cubetti la cipolla, il sedano, la carota e fate soffriggere per alcuni minuti in abbondante olio extravergine d’oliva.

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Mettete i pezzi di carne dentro un contenitore capiente e infarinateli

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Unite la carne al soffritto, mescolate bene e aggiungete il pepe verde (a grani) e il pepe nero. Salate e sfumate con un mestolo di brodo

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Lasciate rosolare per almeno 10 minuti e poi sfumate con un bicchiere di vino rosso. Dopodiché aggiungete un altro mestolo di brodo e tappate la padella. Controllate spesso la cottura e aggiungete spesso del brodo, per evitare che la carne si asciughi troppo. Procedete così per almeno un’ora e mezzo, a fuoco basso. Quando la carne sarà pronta, se ci dovesse essere ancora troppo brodo, aumentate la fiamma e continuate a mescolare.

A questo punto avete due possibilità:

– unire alla carne una buona dose (almeno tre cucchiai) di confettura di cipolla, mescolare e lasciare riposare per qualche minuto nella padella (chiusa);

– servire la confettura sul piatto, accanto alla carne.

La confettura, naturalmente, ha una forte dolcezza che non tutti potrebbero gradire. Io ho unito tre cucchiai di confettura alla carne perché il suo sapore mi piace molto ma ne ho aggiunto anche sul mio piatto, accanto alla carne!

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Per informazioni sui prodotti Venatura visitate il sito http://www.venatura.it

Nella sezione RICETTE di questo blog troverete la ricetta della torta al cioccolato, ripiena di marmellata di arance con noci Venatura.

Per una colazione leggera ma gustosa: torta di carote

Per la colazione di domani ho pensato di preparare una torta di carote: leggera ma ottima per iniziare la giornata con gusto ed energia!

Il procedimento è molto semplice, l’unica cosa un po’ “fastidiosa” è dover grattugiare le carote, ma se avete un mixer allora è un gioco da ragazzi.

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INGREDIENTI:

3 uova

300 gr. di zucchero

300gr. di farina

400 gr. di carote

1 bustina di lievito

1 mezzo bicchiere di olio di semi

COTTURA: 50 minuti a 180° e poi 20 minuti a 160°

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PROCEDIMENTO:

Lavate, sbucciate e grattugiate le carote oppure sminuzzatele con un mixer. Dopodiché mettetele in un colino e strizzatele, in modo da levare l’acqua in eccesso (non dimenticate questo passaggio altrimenti la torta potrebbe rimanere cruda).

Sbattete le uova con lo zucchero, versate l’olio di semi e mescolate bene; se le avete, aiutatevi con delle fruste elettriche.

Unite la farina al lievito e versatele lentamente nel composto di uova, zucchero e olio, mescolando con cura.

Imburrate una teglia e versate il tutto.

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Infornate la teglia nel forno ben caldo e lasciate cuocere per circa 50 minuti a 180°. ATTENZIONE: la cottura della torta di carote è un po’ più complessa, in confronto alle altre. Le carote, infatti, inumidiscono parecchio il composto, quindi vi consiglio di controllare spesso la torta e se trascorsi i 50 minuti vi rendete conto che si sta colorando troppo in superficie copritela con della carta stagnola, così non si brucerà ma continuerà a cuocere all’interno. Mi raccomando, controllate la cottura con uno stecchino: inseritelo al centro della torta e se è umido allora la torta è ancora cruda!

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Buona colazione!

Come si fa il miele? Visita alle arnie di Piero Pitzianti

Come si fa il miele? Visita alle arnie di Piero Pitzianti

Vi siete mai chiesti come si fa il miele? Come lavorano le api e qual è l’apporto dell’apicoltore? Io sì e ho sempre pensato a una comunità laboriosa, solidale e unita, una comunità pronta a lavorare per il bene comune. Quello che fanno le api è una sorta di miracolosa catena di montaggio: ognuno ha il suo compito e tutte lavorano con precisione.

Una domenica pomeriggio ho deciso di conoscere da vicino questo mondo e sono andata a visitare le arnie di Piero Pitzianti, a Calangianus (OT), un uomo che per le api vive: parola di Melania, sua moglie. Prima di andare in pensione, Piero, portava avanti l’azienda apistica “Limbara” e produceva miele destinato alla vendita. Ora continua a curare e amare le sue api ma solo per hobby. Quando gli ho chiesto di poter visitare le sue arnie si è reso subito disponibile: mi ha consegnato un tutone, un paio di guanti lunghi sino al gomito e una maschera per proteggere la testa e il collo. Prima raccomandazione: mai andare alle arnie vestiti di nero o di colori troppo scuri. Le api si innervosiscono e attaccano.

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Durante il viaggio da casa sua al terreno dove tiene le arnie, Piero, mi ha raccontato cosa succede all’interno di un alveare e chi lo abita: un’ape regina che ha il compito di fare le uova, qualche centinaio di fuchi che hanno il compito di fecondare e decine di migliaia di api operaie che non fanno le uova (sterili) e si dedicano alla cura della prole, alla ricerca del cibo e alle altre esigenze della famiglia.

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La regina nasce da uova fecondate che vengono deposte nelle celle reali; viene nutrita con pappa reale e non con miele e polline, come le altri api. E’ in grado di fare sino a 2000 uova al giorno ed esce dall’alveare solo per il “volo nuziale” (ossia la fecondazione) e per la “sciamatura” (quando le api decidono di formare un’altra famiglia).

I fuchi sono destinati esclusivamente alla fecondazione: non succhiano il nettare e non raccolgono il polline, quindi devono essere mantenuti dalle api operaie. Inoltre non hanno il pungiglione, quindi non si possono difendere. Il loro unico compito è accoppiarsi durante il “volo nuziale” per assicurare la fecondazione della regina. I fuchi che non riescono ad accoppiarsi sono destinati ad essere cacciati via dal loro alveare e a morire di fame, oppure uccisi direttamente dalle operaie dopo il periodo dell’accoppiamento.

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Le operaie hanno vari compiti a seconda della loro età: pulire l’alveare (api spazzine), nutrire le larve (api nutrici), costruire e riparare l’alveare con la cera che producono (api ceraiole o muratrici). Inoltre ricevono il polline e il nettare dalle dalle api che lo raccolgono (api bottinatrici) e difendono l’alveare (api guardiane o sentinelle).

A questo punto, dopo il dettagliato racconto di Piero, la mia curiosità era al massimo: quando siamo arrivati alle arnie ho potuto vedere con i miei occhi il mondo di cui, sino a ora, avevo solo sentito parlare. Vi confesso che quando ho visto le arnie (tante!) e ho sentito il ronzio delle api, un po’ di paura mi è venuta! Ho dovuto fare appello a tutto il mio autocontrollo e alla mia razionalità per potermi avvicinare alle arnie, ma alla fine ce l’ho fatta!

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Il primo strumento che Piero ha preparato appena arrivati in prossimità delle arnie è stato l’affumicatore: indispensabile per l’apicoltore, brucia il legno e produce del fumo. Il fumo calma le api: Infatti, appena ne percepiscono la presenza, le api, ipotizzando il pericolo di un incendio, si riversano sui favi per rimpinzarsi di miele e si preparano quindi ad abbandonare l’arnia. Inoltre, con l’addome rigonfio di miele incontrano più difficoltà a estrarre il pungiglione, divenendo quindi meno aggressive. In questo modo, l’operatore ha la possibilità di lavorare in tranquillità. Quando ho capito queste dinamiche, mi sono impossessata dell’affumicatore: siamo diventati inseparabili.

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Durante la visita alle arnie, Piero mi ha spiegato quali prodotti si ottengono dal duro lavoro della api: il miele, la pappa reale (il cibo della regina), la propoli (sostanza che le api utilizzano come antibatterico), il polline (alimentazione delle operaie e dei fuchi), il veleno (arma difensiva) e la cera (utilizzata dalle api per la costruzione dei favi).

Noi, ci siamo concentrati sul miele: viene prodotto a partire dal nettare che le api bottinatrici raccolgono sui fiori o dalla melata, una sostanza zuccherina presente sulle foglie e sulle gemme. Il miele viene rielaborato dalle api tramite gli enzimi di cui sono dotate e la trasformazione si completa nelle cellette del favo, con la perdita dell’acqua. Le api, quindi, chiudono le cellette con un tappo di cera, così il miele può essere conservato per parecchio tempo.

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I favi sono contenuti all’interno delle arnie razionali, contenitori a forma di scatola dove gli apicultori allevano le api. Le arnie sono suddivise in due parti: il nido, dove le api allevano le larve e conservano le riserve di cibo che utilizzeranno nel periodo invernale e il melario, nelle quali le api immagazzinano il miele quando il nido è pieno e da dove l’apicultore lo raccoglie quando è maturo. In questo modo l’apicultore ottiene il miele senza dover nuocere alle api presenti nelle arnie.

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La raccolta del miele da parte dell’apicoltore, la smielatura, si avvia con il prelievo dei melari colmi di miele, che vengono trasportati in laboratorio (mieleria). Nella mieleria, i favi (che sono contenuti in telai di legno) vengono disorpecolati, ossia vengono rimossi i tappi di cera (opercoli) con i quali le api hanno chiuso le cellette con il miele all’interno. Il telaio viene quindi inserito in una macchina centrifuga che estrae il miele, che verrà successivamente filtrato e lasciato riposare nei maturatori.

Dopodiché il miele sarà pronto per essere invasettato e consumato.

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Inutile dirvi che questa è stata l’esperienza gastronomica più intensa che abbia mai affrontato. Le sensazioni che ho provato sono state molteplici e contrastanti: curiosità, paura, adrenalina, emozione e dolore. Eh sì, anche dolore, visto che, nonostante le protezioni, una piccola ape è riuscita a pungermi la caviglia e me l’ha ridotta così:

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Ma vi giuro, n’è valsa la pena: è un’esperienza che consiglio a tutti.

Grazie di cuore a “zio” Piero Pitzianti, per la pazienza e la disponibilità.

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Torta al cioccolato con ripieno di marmellata di arance con noci, dell’azienda Venatura.

Da tempo avevo voglia di preparare una torta al cioccolato e l’occasione giusta si è presentata dopo la visita all’azienda “Venatura”: come abbinare la marmellata arance e noci? Con il cioccolato, ovviamente! Ecco, allora, una ricetta semplice e veloce, per iniziare la giornata con energia o per una merenda golosa.

INGREDIENTI:

1 vasetto di marmellata arance e noci (rigorosamente!) Venatura

200 gr. di farina 00

200 gr. di zucchero

100 gr. di burro

75 gr. di cacao amaro in polvere

5 uova

50 ml. di latte

1 bustina di lievito per dolci

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Ingredienti

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Marmellata di arance e noci, prodotta dall’azienda artigianale “Venatura 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PROCEDIMENTO:

Imburrate e infarinate una teglia e mettetela da parte. Accendete il forno a 170°, così nel frattempo che preparate l’impasto si riscalda. Sciogliete il burro a bagnomaria o al microonde e lasciatelo raffreddare.

Separate i tuorli dagli albumi: sbattete i tuorli con lo zucchero e montate a neve gli albumi.

Nella ciotola dove avete montato i tuorli aggiungete, lentamente e sempre mescolando, il burro, il latte, la farina, il cacao e il lievito. Infine aggiungete a questo composto gli albumi montati a neve, mescolando delicatamente. Se il composto vi sembra troppo denso aggiungete un po’ di latte (ma attenzione, non esagerate!).

Versate il composto nella teglia, infornate e fate cuocere per 40 minuti circa.

Una volta che la torta sarà pronta (ricordatevi sempre di valutare la cottura con uno stuzzicadenti: inseritelo nella torta e se sarà asciutto allora la torta è ben cotta!) lasciatela raffreddare per almeno 30 minuti e poi tagliatela in due parti.

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Torta spaccata in due parti, pronta per essere farcita

 

 

 

 

 

 

 

 

Farcite la parte inferiore con abbondante marmellata di arance con noci Venatura e poi richiudete la torta.

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Farcitura della torta

 

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Risultato finale

 

 

 

 

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Buon appetito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A questo punto assaggiatela e fatemi sapere se vi piace! 🙂

Per conoscere i prodotti Venatura andate sul sito http://www.venatura.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricetta del limoncello.

Ieri, per la prima volta, ho fatto il limoncello e la crema di limoncello. La ricetta è di mia nonna e lei stessa mi ha seguita passo dopo passo durante la preparazione.

INGREDIENTI:

10 limoni

1 litro di alcool

700 gr. di zucchero

1,2 litro di acqua (per la crema di limoncello sostituite l’acqua con 1,2 litro di latte).

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PROCEDIMENTO:

Lavate e sbucciate i limoni. La buccia deve essere molto sottile, state attenti a non lasciare nella buccia la parte bianca del limone, perché è troppo amara.

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Mettete le bucce dentro una bottiglia capiente, possibilmente un bottiglione. Aggiungete alle bucce l’alcol, l’acqua (o il latte, nel caso voleste fare la crema di limoncello) e lo zucchero.

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Una volta che avete aggiunto tutti gli ingredienti tappate la bottiglia e scuotetela forte e per qualche minuto, per dare la possibilità agli ingredienti di amalgamarsi.

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Lasciate macerare il tutto per 48 ore, senza toccare la bottiglia. Dopodiché scuotetela, prendete un’altra bottiglia e con l’ausilio di un imbuto e di un colino filtrate il composto, che andrà versato nella nuova bottiglia.

A questo punto il vostro limoncello è pronto! Lasciatelo, però, riposare per almeno un mese, prima di assaggiarlo.

Se volete un limoncello molto dolce, anziché 700 gr. di zucchero mettetene 1 kg. Se lo volete leggero e poco alcolico aumentate le dosi dell’acqua (o del latte) anche a 1,5 litri. Questo dipende dai vostri gusti!

Cin cin!